Una giornata di musica liberata

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Concerto a Pesaro: quel canto

che sale dal cuore

di Toni Jop da L’Unità, 13 settembre
E Ciarchi, quale sarebbe, il grosso sulla sedia?”, “Bertelli è quello alto?”. Sbagliato: Ciarchi è piccolo, magro e non sta mai seduto su una sedia, tranne a cena, Bertelli è quello “tipo bell’uomo” con la fisarmonica tra le braccia. Per qualche ora, durante le prove ho aggiustato il tiro dell’attenzione di quanti si infilavano nell’ombra del cortile austero di palazzo Mazzolari-Mosca, pieno centro di Pesaro.

Con gli artisti riuniti l’altra sera su uno dei palchi che salutavano la chiusura della Festa nazionale democratica, si va incontro, incrociando il pubblico, a una sorta di interferenza neuronale, non sorprendente nella nostra civiltà governata dalle “visioni”: la gente li conosce, sa chi sono e spesso anche cos’hanno scritto, ma ignora quasi sempre il loro aspetto. Torniamo ai due esempi: Ciarchi ha composto la musica di una delle canzoni più belle e famose del nostro patrimonio, “Ho visto un re”, su testo di Dario Fo; Bertelli è l’autore di una delle più belle e celebri ninna-nanna sull’amore e la povertà, “Nina”, ma siccome la tv li ignora, o quasi, con grande rigore, ecco che i loro corpi sono sconosciuti, anche per chi li ama da decenni ma non ha mai potuto verificare di persona che – non è solo il loro caso – da tanto tempo sono uguali a com’erano, il loro assetto è immoto, fatta eccezione per qualche ruga.

Così, in tanti sono venuti in quel cortile anche per scoprire come sono: Fausto Amodei – il maestro di tutti, lui che ha scritto e composto “Per i morti di Reggio Emilia” -, Giovanna Marini – che nel mucchio è comunque la più “esposta”, oltre ad essere la più autorevole, per meriti – i “ragazzi” – meravigliosi – dei “Giorni Cantati” (che si portano appresso i Piadena), “Il quartetto urbano” – sconvolgenti, davvero – Rudi Assuntino che dai tempi di “Buttiamo a mare le basi americane” non ha mai cantato così bene, Sandra Boninelli, miracolosa erede dei Canzonieri, una sfavillante Isabella Ciarchi che ha saputo piegare quella “brutta bestia” di “Gracias a la vida” della cilena Violeta Parra; Claudio Cormio, fraterno amico ed erede di Ivan, anche l’altra sera, come sempre, poeta di una dolcezza rivoluzionaria che rende gioiose canto, lotta e consapevolezza.

Più Alessio Lega, geniale e solido cantautore con modesto carico d’anni e Andrea Labanca, il più giovane, trentenne dotato di poetica e di humour. Più – ancora – un “fuori testo”: Ernesto Bassignano, cresciuto al Folkstudio romano assieme a De Gregori e Venditti, e cioè in un versante culturale più prossimo all’intimismo cantautorale che alla canzone politica in senso stretto, “bardo” del Pci berlingueriano, finito a fare il giornalista, poi conduttore di una fortunata trasmissione radiofonica Rai, “Ho perso il trend”, e di recente “sifonato” da Viale Mazzini nell’era cadente dei diktat contro i “sinistri”.

Tutti sul palco, dal primo all’ultimo minuto perché quel che è accaduto è stato, soprattutto, una pazzesca, bellissima jam session durante la quale tutti hanno suonato e cantato per gli altri, improvvisando, senza prove. Pur nel vuoto lasciato dalle assenze, maturate all’ultimo minuto per seri motivi, di Paolo Pietrangeli e di Andrea Satta (Tetes de bois). Avevo chiamato Lino Paganelli, amico e compagno responsabile delle feste nazionali del Pd, e gli avevo chiesto: ti avanza forse uno spazio a Pesaro? Sette anni fa, alla Festa nazionale di Genova, grazie a lui avevo organizzato una serata simile, una grande ammucchiata che aveva messo assieme molti artisti, da Amodei ai Modena City Ramblers.

Allora c’erano ancora Ivan Della Mea e Caterina Bueno – maledizione – . “Sì”, mi aveva risposto Paganelli, c’è un palco e anche il soldo per un solo artista; “bene”, gli avevo risposto dopo qualche telefonata: fa lo stesso se gli artisti son venticinque? Fatto: il risultato, dal punto di vista finanziario, è stato che nessuno di quei venticinque ha intascato un euro per circa tre ore di concerto, a parte il rimborso delle spese di viaggio e, per chi non è ripartito, il pernottamento reso possibile da un altro paio di fortunate telefonate: una a Fabrizio Meli, amministratore delegato dell’Unità, l’altra a Claudio Sardo, direttore di questa testata che è così entrata come sponsor dell’iniziativa. Fa effetto. Un bel manifesto disegnato da Jakob de Chirico – caro amico e artista di gran livello – davanti al portone del palazzo pesarese, la promozione assidua dell’Istituto De Martino – Stefano Arrighetti, presidente – e auguri. Ne avevamo bisogno: a pochi metri dal cortile, nella piazza principale della città, in contemporanea c’era, su un palco sterminato, Nicola Piovani che, oltre a essere un gran musicista, è anche un corpo ben noto, dal punto di vista televisivo. Introducendo, davanti a un cortile davvero strapieno di gente, ho provato a spiegare che la politica è un bel “piacere”, che la canzone politica aiuta ad accrescere il livello di consapevolezza, nostro, a dispetto del potere, che quel canto sale dal cuore e dal cervello e tocca cuore e cervello e non stimola rimpianti ma la voglia di “fare” politica, qui e ora. Poi, la serata si è srotolata da sé, tra “vecchie glorie” sessantottarde e le nuove ballate su Passanante (gloriosa, di Labanca) e Genova G8, bella e straziante, di Lega.

Tra il pubblico, pochi non hanno cantato, molti se ne sono andati commossi, chiedendo autografi a volti finalmente noti e stringendo le mani a me per il solo fatto di aver prodotto quell’emozione. Nb: non ho mai visto – da Venezia 1973 – una festa più bella e meglio organizzata, merito della città, serena, ordinatissima, della sua gente, ma anche della scelta di piantare le tende, come si faceva una volta, in centro città, pur senza intasarne il volto, con eleganza. Quando si chiamavano Feste dell’Unità. Il filo non si è spezzato.

13 settembre 2011




 

… immaginate di avere sul palco tutto ciò che negli scorsi decenni è servito da bandiera musicale e da sottofondo canoro a diverse fasi della lotta di liberazione di un movimento che ha saputo rinnovarsi evitando la fossilizzazione. Da “Morti di Reggio Emilia” a “I treni per Reggio”, da “Contessa” al “Vestito di Rossini”, da “Nina” a “Bella ciao”. Mescolando le creazioni più storiche a quelle più recenti, il palcoscenico di Pesaro verrà invaso da un’Italia cantata in libertà.

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